Paolo Viancini Studio, un nuovo Studio d’arte a Venezia

Fonte: Artslife
di 

C’E’ CHI GUARDA E C’E’ CHI FA…
Nei giorni della vernice della Biennale Paolo Viancini apre un nuovo Studio d’arte a Venezia in  collaborazione con alcuni amici di livello. E presenta cinque artisti internazionali.

Paolo-Viancini

La fauna veneziana autoctona perlopiù gode del privilegio di vivere in purissima meraviglia: le pause per lo spritz punteggiano di frequente i tempi placidi della quotidianità lavorativa fra le bellezze scònte dei sestieri.
Tuttavia, durante i pochi giorni dell’inaugurazione della Biennale, si rivoluziona il consueto altalenìo delle ore serenissime e si assiste a una breve inversione di tendenza nelle costumanze di residenti e avventori.
La gente di laguna si divide allora in due comparti ben distinti: quella che si affaccenda per la macchina della multipla kermesse e quella che, invitata, si affaccenda per restare al passo con giornate che durano perlomeno quaranta ore.

Sotto una pioggia battente che quest’anno non perdona aficionados e addetti ai lavori, mi reco da Paolo Viancini, un nome ben noto in Città per i trascorsi “antiquariali” di solida tradizione che lo videro sempre attivo nel settore, a Venezia e altrove, sin dai tempi della collaborazione (un’era glaciale fa, se non fosse che il nostro è ben giovane) con la storica casa d’aste Semenzato.

Ma times are a-changing, come dice il Poeta, e, fulminato dai “vivi” sulla via di Damasco, Viancini si dedica ormai da qualche anno anche alla conoscenza approfondita del panorama dell’arte contemporanea nazionale e foresta, collezionandone ampi stralci nella sua bella dimora a S. Maria del Giglio. Collabora spesso con l’amico collezionista ed esperto di fotografia e arte moderna e contemporanea Mario Trevisan per operazioni di varia natura (editoriali e promozionali) e si vota, come egli stesso mi dirà, al piacere della ricerca e del cenacolo, dopo una vita passata fra lacche e intagli ripassati al bolo rosso. Decide quindi di fare un passo importante. Rinnova un bellissimo studio di sua proprietà dalle dimensioni raccolte e con gradevole corte interna a far da dehors per i visitatori e propone un nuovo punto d’incontro per l’arte contemporanea nel Capoluogo veneto con l’aiuto fattivo di due amici di lungo corso, il Mario Trevisan di cui sopra e quel Massimo Minini che in questi giorni spicca anche per essersi gettato nell’agone politico senza troppo rimuginare come Marco Curzio cavaliere ancorato al muro dal suo cavallo riluttante scolpito da Pietro Bernini a Villa Borghese.

C’è chi guarda e c’è chi fa.

Nei due ariosi ambienti principali del Paolo Viancini Studio sono disposte con armonia e rigore le opere di ben cinque artisti della scuderia mininiana: Sol LeWitt e Dan Graham occupano lo spazio più ampio, mentre la sala minore ospita alcune prove di Paul P., Ryan Mendoza e Roger Ballen.

I lavori di Dan Graham, da sempre – per l’attività curatoriale che lo occupa sin dagli anni ’60 – vicino all’amico e collega LeWitt con cui ha forte sintonia poetica, riservano alla sua arte una decisa componente minimalista e concettuale che gli permette di attraversare vari campi dell’espressione creativa, sino alla produzione di pubblicazioni critiche e riviste di musica come vere e proprie forme d’arte, e mantenendo quali primi statuti identitari la fotografia, l’installazione e la performance.

Noto per i suoi labirinti di specchi e acciaio che sottolineano materialmente l’intima relazione fra “esterno” e “interno” e il responso ondivago dei sensi quando alcune coordinate percettive cambiano, Graham attinge dall’architettura modernista europea così come da artisti come Judd, LeWitt, Oldenburg, Nauman, Mangold per esprimere la sua ferma convinzione di un presente positivo a seguito di alcuni epocali rivolgimenti socio-culturali nord-americani, come la guerra in Vietnam, il movimento femminista e quello per i diritti civili. L’arte come possibilità concreta di cambiare il tempo in cui si vive.

In questa mostra sono presenti alcuni prototipi dei suoi “labyrinths”, che riempono già uno spazio visivo ben allenato, mentre l’equilibrio delle forme si ritrova anche nelle immagini delle case americane il cui taglio prelude a un’esigenza narrativa più che filosofica. L’eleganza della composizione risponde alle necessità dell’occhio da connoisseur più che del patito dell’installazione. Anche in questa scelta si intuisce la china che questo nuovo sito dell’arte intraprende: un criterio estetico di forte impatto che pervade la selezione è il fil rouge della politica dello Studio.

Per introdurre Sol LeWitt non basterebbero trattati, ma non è semplice, in realtà, allestire in ambienti non dedicati un compendio esemplare del grande wall drawer. E se per lui di rito è discutere di “architettura visiva” non ci si sentirà impoveriti, qui, dalle opere selezionate dal trio di amatori. Una candida piramide scalena in legno di buone dimensioni campeggia al centro della sala maggiore, organizzando lo spazio circostante quasi fosse un elemento portante dei volumi costruttivi dello studio (e di fatto ripartisce le misure scardinando il calibro con la sua irregolarità evidente), mentre alle pareti sono alcunegouaches di ottima qualità della serie delle “onde” (Horizontal Brushtrokes del 2002 o Two Irregular Forms del 1998, ad esempio) tutte su fondo scuro, ad intrigare la vista con le superfici diseguali. Tutto provoca inaspettatamente disarmonia e disordine, ma solo se analizzato da vicino, nel quieto segno della forma conclusa su carta e su legno. Un bello scherzo per gli amatori del genere…

Nella sala minore alcuni amici dei due artisti presenti (Paul P. e Ryan Mendoza) parlottano piano con i loro beniamini, mentre la netta divaricazione fra costumi mediterranei e anglosassoni si evince dall’assalto all’arma bianca che Mario Trevisan e io portiamo al delizioso panettone gastronomico di Rosa Salva preparato per l’occasione. E’ ancora presto nel pomeriggio; i visitatori passeranno in grande spolvero più tardi, e io, ingolfata di tramezzini, posso provare a intervistare in tranquillità Paul P. che qui compare con tre magnifici piccoli olii di “vedute veneziane” (pittura pura!) e alcune incisioni all’acquaforte che stupiscono tanto sono belle e raffinate da sembrare monotipi di mano antica.

Paolo Viancini Studio – la sala con Roger Ballen, Ryan Mendoza, Paul P.

Paul P. è un ragazzo canadese minuto e fragile all’apparenza e, nella realtà, estremamente gentile, tanto che evita di rimarcare il mio inglese oggi non buono. Ha una mano molto colta e sicura e la sua qualità pittorica è talmente evidente da far ritenere con certezza che avrà un successo finalmente adeguato per i tempi che mal sopportano l’asciuttezza del concetto. Eppure, egli trae spunto dal segno grafico innanzitutto: si dice attratto principalmente dal geometrismo e dal gesto deciso della linea che costruisce il piano. Ciò è lampante soprattutto nel bel Untitled con lenzuolo e ombra che tagliano l’opera in campiture distinte, un omaggio a Venezia che affascina come le altre due tele dal soggetto omologo (un ponte nella bruma caliginosa, un muro di panni stesi…). Le suggestioni, in particolare nel genere del ritratto che in questa esposizione non è presente, derivano dall’amore per Sargent e per la pittura Americana di fine Ottocento. Del resto è anche vero che alcuni esponenti dell’arte canadese contemporanea sono assuefatti alla citazione diretta e amano con passione l’arte moderna europea, tanto da trasferirsi spesso nel vecchio Continente per lunghi soggiorni di studio e ricerca. Paul P. assomma colorismi della nostra Scuola Romana (certi rossi sono di Mafai e Scipione…), emblema di un “espressionismo volitivo”, e di un certo modo di fare pittura negli ultimi vent’anni nei Paesi Nordici. Questa singolare commistione di rimandi e appunti di poetica fa dell’arte di Paul P. un’epitome della “mano contemporanea” più europea di quanto egli stesso forse non vorrebbe. Per questo motivo (mi) piace quasi senza riserve.

Le visioni veneziane di Paul P.

Mi dedico con piacere al bel tenebroso (e consapevole di esserlo) Ryan Mendoza, newyorkese di nascita e napoletano-berlinese d’adozione (una combinazione che piacerebbe a più d’uno). Al contrario del collega, è loquace e sibillino al tempo stesso e fargli domande è quasi inutile: la risposta partirà da altri presupposti e arriverà ad altri approdi rispetto a ciò che si chiedeva. Tuttavia, una logica esiste e conduce sempre a un sé infatuato da lettura e scrittura, probabilmente il medium artistico prediletto. Difatti è di prossima pubblicazione (anche in Italia presso Bompiani) un suo “diario dell’artista” dal titolo Everything is mine, ben eloquente circa quanto egli si attenda dal suo ciclo vitale. Mendoza si avvale dell’ampia letterattura di settore e non sembra impressionato da illustri precedenti cui farà riferimento. Parlando della sua arte, ciò che importa è “far crollare l’aristocrazia e la corona inglesi”, così come intendeva Hogarth in un sistema poetico complesso e articolato che è rappresentazione e denuncia più che soltanto bel dipingere. I soggetti di Mendoza, quindi, si riferiscono tutti a stilemi ben noti e rodati, borghesi, si potrebbe dire, ma l’inquietudine della palette di colori (il verde zenzero!) acidi e squillanti, la pennellata troppo nervosa e scomposta, il soggetto che non mostra alcuna redenzione, lo sfondo che denuncia un ambiente sempre di fatto estraneo a chi lo abita… tutto ciò destabilizza lo spettatore davanti a un’opera più urlata e imposta che sottoposta al suo giudizio. Non utilizza il nero perché non può scomporlo in sottotoni autorevoli, si avvale di colori composti attraverso una ricerca costante anche nella tavolozza dei bruni fondi, che lo catturano come un perenne omaggio alla tecnica della grisaille.

Il discorso si incunea nel tentativo, non perfettamente riuscito, di spiegarmi per quale motivo oggi ci si dovrebbe ancora incaponire a fare di una professione un vessillo, ma sono portata a credere nelle spiegazioni farragginose (in italiano talmente perfetto da sembrare un musicista preso da incantamento) del bell’artista temporaneamente veneziano. Mi piace l’impegno che si maschera dietro alla parvenza urbana dell’acclimatamento senza parere. Mendoza forse si sente la spia non convenzionale di una rivoluzione occidentale che non si è mai davvero sopita.

La parete con tre olii di Ryan Mendoza

 

Discorso a parte merita la grandezza più che riconosciuta di Roger Ballen, il fotografo che recupera la più varia umanità (in Sud Africa, dove visse per lunghissimo tempo e a partire dagli anni ’70 ambientò i primi lavori fotografici e quelli succesivi soprattutto tra gli anni ’80 e 2000) in composizioni di nature morte costituite da elementi vivi e sets d’art brutaccuratamente preparati.

La natura sporca e macilenta ma, in fondo, ilare di queste composizioni emerge prepotente nell’inquadratura claustrofobica dell’ex geologo laureato in psicologia, che apparecchia con maestria visioni di asimmetricità armoniosa, scardinata verità e terrifica bellezza sempre costrette dentro un luogo chiuso, un ambiente angusto. Il tentativo è quello di ricomporre i frammenti di una storia personale, un’autoanalisi dichiarata, fatta di polvere e terra, di anfratti bui e persone deformi o deformate dalla fatica, che però trovano in un gioco di bimbo, in un topolino, in un frammento di mela il riscatto della bellezza. Il bianco e nero è la chiave ottica utilizzata, perché non impone la mimesi della natura e permette l’artificio e il distacco, mantenendo anche qui un profilo minimalista cui l’artista, per quanto ciò non si potrebbe certo supporre, aspira continuamente. Tanto che gli scatti di Ballen sembrano in realtà disegni, chine acquarellate, visioni grottesche di un Goya contemporaneo. Ma senza la tragicità e il barocchismo che potrebbero essere evocati a una prima occhiata, senza la condanna dello sguardo morboso per l’alieno, perché l’alieno fa parte di sé e non deve essere condannato ma compreso e amato con affetto.

Paolo Viancini occhieggia dalla parete dove sono gli scatti di Roger Ballen

Se passate da Venezia oggi o fra mesi, se non vorrete solo pascervi di Biennale e riti canonici della contemporaneità, ma curiosare altrove intelligentemente, arrivate sino al luminoso Studio di Paolo Viancini a Campo Sant’Angelo per assaporare i frutti di un’isola tranquilla di solide qualità artistiche, di scelte spinte dall’urgenza del bello, di conversari d’arte senza l’assillo di un omaggio dovuto, ma con il piacere di un tempo recuperato alla contemplazione. Lasciate che chi fa prepari un piatto speciale dedicato a chi si concede il tempo di guardare.

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INFORMAZIONI UTILI:

Sol LeWitt/Dan Graham – Roger Ballen/Ryan Mendoza/Paul P.
Paolo Viancini Studio
Campo S.Angelo, Calle Caotorta 3565 – 30124 Venezia
Tel/fax +39 041 3198778
pviancini@yahoo.it

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