Considerazioni casuali nell’estate 2013 dell’arte a Venezia

Fonte: Artslife
di 

A CALDO…
Considerazioni casuali nell’estate 2013 dell’arte a Venezia

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Contro ogni (mia) previsione, quest’anno mi trovo a calcare le peste delle innumeri vernici biennaliere, in primis la major, naturalmente. Cerco, ma non riesco, a dribblare le masse vocianti e colorite del parterre più intriguing del pianeta, e quindi, in qualche maniera, mi assoggetto a osservare il poco che mi è concesso nella bolgia e a darne una fugace impressione, ripromettendo a me e al mio piccolo pubblico la consueta, pacata, disanima da baedeker dei trekkers artistici più avanti, con il mio rituale andár a dindòn che qualcuno già conosce. Mi si concederà, in futuro, anche qualche ripensamento, perché solo gli asini non ritornano sulle proprie opinioni davanti all’evidenza del raziocinio.

Al cospetto delle consuete barcone da diporto in cerca di riconoscimento del “chi ce l’ha più sontuoso”, attraccate in maniera irritante alla Salute (soprattutto!) e ai Giardini, la varia umanità della mostra più bella del mondo attende di varcare i cancelli del paradiso, pronta a non cercare, a non analizzare, a non considerare, a non osservare. Pazienza, mi farò passare il mal di testa…

Impressioni generali di Giardini e Arsenale: qualità elevata a fronte di risorse – mediamente – inferiori al passato; aspetto che si nota in ogni angolo anche per vernici meno dispendiose e in Città, laddove anche le feste pradiane sembrano più un ritrovo di vecchi amici in ansia di numerarsi dopo un tifone che la scoppiettante vetrina del tout monde. Ed è giusto così. La crisi e il minor impegno economico degli Stati partecipanti hanno prodotto un piccolo miracolo. Alcuni Paesi si distinguono per particolarissime e originali ricerche estetiche che imprimono addirittura (secondo me) una svolta al modo di considerare l’arte in certe aree del mondo, svolta di cui dovremo tenere conto molto presto e magari considerare un prossimo curatore della mostra principale proveniente da India, Sud-Est Asiatico o Medio Oriente.

Segnalo, per questo aspetto, i notevoli Padiglioni di Thailandia e Emirati Arabi Uniti, dove la ricerca estetica elevatissima si coniuga al messaggio filtrato da una poesia senza pari e da un’arte consumata e già matura. Molto buono, per l’Occidente, anche il Padiglione della Germania che mischia le carte con la cugina Francia in uno scambio di postazione annunciata da tempo. Anche la Russia ci stupisce, forse esagerando un poco, ma la performance dell’impassibile Vadim Zakharov che sgranocchia noccioline (50 chili!) dall’alto di un travo e a cavalcioni di una sella da horseman è irresistibile. Deludenti, per ora, ma con riserva sino a una più attenta considerazione, i padiglioni di Giappone e Inghilterra.

La mostra curatoriale: Gioni dimostra che cultura, selezione, qualità, occhio non provinciale (non è così scontato, dopo l’abbuffata di svizzeri non tutti degni di partecipare alla kermesse della scorsa edizione curigeriana) e senso acuto della storia possono produrre effetti di enorme livello critico e grande qualità di opere esposte. La linea giudicante è salda e compatta, sin troppo inossidabile. Per questo motivo (e – ripeto – attendo di illustrare con maggior completezza il mio pensiero nella lunga analisi sul campo che Artslife mi concede di condurre dal 2009), soprattutto nella seconda parte, quella più contemporary, all’Arsenale, questa impostazione sembra a tratti una forzatura che non regge all’impianto generale pur condivisibile. La “dittatura del curatore” è – per me, che son poco all’avanguardia – sempre salutata con gioia, ma deve essere così ben calibrata da non parere, come si conviene a un dittatore comme il faut, una vera imposizione. Invece, talvolta, il Nostro si sente inoppugnabile e, quindi, pecca di presunzione e di scivolate che in altri contesti meno esigenti, tuttavia, non stonerebbero.

Ma è, comunque, un solluchero rispetto a moltissime prove addietro. Per cui, chapeaux!

Padiglione Italia: premettendo che la folla ha impedito una visione serena, devo dire che la delusione vince sulla felicità costruttiva del Padiglione. Mentre ordine e “bella scrittura” ristorano la mente dopo le porcherie (porcherie!) di passate prove di cui si vorrebbe solo cancellare il ricordo e lavare l’onta, si capisce che ciò non basta per costruire un sito organico ed equilibrato. Spiccano i lavori di Favelli, Benassi, Baruchello, ma il resto sembra senza armonia interiore e senza una vera scelta critica. Come dire: buona l’impostazione, non così buono lo svolgimento.

Fiore all’occhiello, chicca della giornata: un naviglio a vela quadra di un piccoloensemble di fiati con tanto di capitano con galloni, intorno alle 18 di ieri, parte da uno dei bacini delle Tese all’Arsenale per circumnavigare, al suono melodiosissimo di ignoto (per il momento) autore moderno, il pilone esterno della copertura sansovinesca e approdare alla raccolta di un ottavo elemento che attende sul molo nel bacino adiacente. Il tutto avviene nel surreale silenzio di quel metafisico porto di fatica e con un sole corrusco, giorgionesco, présago dell’imminente tempesta che incresperà poco dopo la musica le onde di San Marco e le vesti dei biennalieri alla moda.

Raggi di romantica potenza affrontano il sublime e lo sfidano, mentre quella barca di compìti nibelunghi guadagna l’attenzione rapita e commossa di noi, grati del felice connubio di natura e cultura, grati per essere lì a sentire e vedere, grati per quell’immagine che non sarà spazzata da nessuna stupida festa, da nessun noioso party di critici, artisti e bel mondo.

Vinta da tanta bellezza, prometto, pur riconoscendo un debito al necessario approfondimento che mi attende e all’obiettività di cui mi picco far bandiera, che racconterò ogni sasso, ogni pietra, ogni moto, ogni sussurro, da par mio. Sinceramente. E per questo chiederò grazia ai miei lettori se di tanto in tanto anch’io eccederò in saccenza. Mi si perdoni per quell’entusiasmo che, in questi mesi cupissimi del 2013, non riesce ancora a spegnersi.

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